Servono davvero nuovi centri commerciali? Quale futuro per la nostra città?

Il mio è un personalissimo punto di vista.
I nuovi punti vendita della grossa distribuzione e centri commerciali, se non seguono una concreta logica di domanda e offerta, in tempi di crisi economica, non ci faranno affatto uscire dalla recessione e nemmeno possono creare nuova occupazione perché ad un aumento di posti di lavoro corrisponde una riduzione di personale in altri centri diventati nel frattempo meno attrattivi.
Se negli anni ’90 si andava al centro commerciale semplicemente per fare la spesa grossa del sabato, sedotti dalla varietà delle offerte e dalla convenienza economica, adesso non è più così. Il centro commerciale è diventato un luogo a sé stante dove si va anche solo per “stare”.
Accanto al grande supermercato troviamo infatti una miriade di negozi specializzati, servizi alla persona e luoghi di incontro quali bar, pasticcerie, centri benessere, parrucchieri, ecc. e se in molte zone della città i disabili ancora devono lottare contro le barriere architettoniche, nei nuovi centri commerciali tutto risolto, con in più per tutti ampi parcheggi, posteggi biciclette e tanto altro, mancano solo i luoghi di culto, ma sicuramente a breve arriveranno anche quelli.
Insomma a farla breve, i centri commerciali sono veri e propri luoghi autonomi provvisti di tutto.
Tutto bene allora? Non è tutto oro quello che luccica ed è ben noto quali sono le problematiche conseguenti al proliferare dei grandi centri commerciali: periferie carenti di servizi che si svuotano anche di quei pochi negozi di prossimità ancora esistenti, centri cittadini meno valorizzati, nuovi problemi di mobilità ed inquinamento ambientale per l’impatto di queste nuove mega strutture.
I nuovi punti vendita, in tempi di crisi economica, non ci faranno affatto uscire dalla recessione e nemmeno possono creare nuova occupazione perché ad un aumento di posti di lavoro corrispondono altrettante riduzioni in altri centri diventati nel frattempo meno attrattivi. Tornare indietro agli anni sessanta? Certamente no, ma sarebbe stata necessaria maggiore prudenza nella concessione di nuovi centri commerciali e maggiore coraggio e attenzione invece riguardo le iniziative che possano supportare e rilanciare le attività di vicinato, quelle storiche, quelle che creano cultura, quelle nei tanti nostri borghi.
Purtroppo negli anni questa visione, pare proprio essere mancata, progettualità non adeguata, obbiettivi diversi da quelli che realmente il commercio ha bisogno.
Una città è un insieme complesso e fragile al tempo stesso, dove non è facile trovare l’equilibrio fra tante esigenze diverse come la valorizzazione della cultura e del patrimonio storico, gli insediamenti produttivi direzionali e commerciali, la mobilità nelle sue varie forme, la salvaguardia dell’ambiente, l’attenzione all’inquinamento ambientale, ecc.
Mi auguro che il futuro, sappia coniugare al meglio tutte queste esigenze e dare una svolta al nostra città.

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